Quando l’Arte è la miglior medicina (e a dirlo è la Scienza) – Corpo e Salute

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Quando l’Arte è la miglior medicina (e a dirlo è la Scienza)

Di Giulia Dettori Monna

In Italia il tema del trattamento delle malattie psichiche è ancora un tabù per una buona parte dell’opinione pubblica, che evita di parlarne non interessandosene affatto o affrontando l’argomento in modo parziale.
In effetti, al di là dell’ambito degli specialisti in merito (psichiatri, psicologi e ricercatori) è raro sentir discutere – in televisione o sui quotidiani del nostro paese – di riabilitazione mentale, specie in relazione a patologie gravi come la schizofrenia o il disturbo depressivo maggiore.
Il pregiudizio più difficile da abbattere rimane quello dell’assoluta incurabilità deimalati di mente, condannati a vivere per sempre dipendenti dai farmaci o in situazioni di semilibertà.
Tuttavia sono stati fatti passi da gigante per quanto riguarda la complessa questione del recupero della sanità mentale, usufruendo anche dell’apporto di mezzi e risorse lontani dall’universo scientifico.
Fra questi il principale è senz’altrol’Arteterapia, ancora poco nota alle persone al di fuori dei reparti psichiatrici (talvolta, purtroppo, persino a quelle dentro gli stessi) e, pertanto, poco considerata come rimedio efficace. Eppure i risultati di un lungo periodo di coinvolgimento dei malati nei due principali ambiti di questa cura – la musica e il teatro – possono essere sorprendenti, specie se si valutano gli effetti risocializzantidei gruppi terapeutici.
Nella patologia mentale infatti è proprio la dimensione intersoggettiva dell’incontro a essere colpita, quindi si manifesta una più o meno gravosa difficoltà nell’interagire con l’altro e con il mondo. Proprio per contrastare questo aspetto viene usata soprattutto la Musicoterapia, in cui il dialogo “sonoro” fra il terapeuta – meglio ancora se anche musicista – e il malato, si fonda sull’empatia che scaturisce da un tale confronto, favorendo la nascita di un nuovo linguaggio. Attraverso la maggiore capacità di apertura verso i medici e gli altri membri coinvolti nella pratica – ognuno con una patologia specifica e spesso diversa dalle altre – si favorisce una crescente socializzazione, nonché disponibilità a soddisfare le richieste dei terapisti.
Bisogna specificare che l’idea di affidarsi alle arti – non solo le sopracitate, ma anche la danza e quelle visive – per curare le malattie psichiche, non è una proposta dei nostri tempi, ma costituisce una delle più geniali intuizioni delle antiche civiltà. Gli Egizi, ad esempio, incoraggiavano le persone con disagi mentali a coltivare interessi artistici e a frequentare luoghi dove fosse possibile danzare o suonare strumenti musicali, mentre i Greci utilizzavano il teatro a scopo catartico, ritenendolo il principale “sostegno arteterapeutico” di massa (un aspetto connaturato alla sua funzione paideutica).
La musicoterapia ufficiale invece – nonostante le fonti antiche, come quelle documentate negli ospedali arabi per disturbati psichici nell’800 d.C. – nasce ufficialmente a Londra solo nel 1749, grazie agli studi del medico britannico Richard Brocklesby (Reflections of Ancient and Modern Music with the Application to the Care of Disease è il titolo del suo primo trattato).
In quest’ultimo si ribadivano i benefici fisiologici dell’ascolto e delle pratiche della musica, riconosciuta sin dalle origini dell’umanità come un potente strumento evocativo-liberatorio, centrale nell’espressione dell’ “io” e nella ricostruzione di un’armonia perduta (come già affermato nell’antichità classica da Pitagora, Platone e Aristotele).
Non è un caso che uno dei generi prediletti per le sedute di musicoterapia sia il jazz, contraddistinto dall’elemento dell’improvvisazione su cui molte volte si lavora nel setting gruppale, distribuendo ai malati disposti in circolo degli strumenti musicali o percussivi e invitando ciascuno di loro a proporre un ritmo (frutto delle suggestioni o delle emozioni dei pazienti più angosciati).
Chiaramente si tratta di una delle tante pratiche proposte, la maggior parte delle quali non può però prescindere dall’ascolto musicale, troppo spesso sottovalutato dalla società in cui viviamo ma capace di educare e migliorare le menti delle persone: senza dubbio, persino quelle più fragili.

Pubblicato da Antonella Lallo

Lucania la mia ragione di vita

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